Gio06082020

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Danno da lesione della privacy va provato secondo le regole ordinarie

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La lesione del diritto alla riservatezza determina un illecito ai sensi dell’art. 2043 c.c. al quale tuttavia non consegue un’automatica risarcibilità dovendo il pregiudizio morale o patrimoniale essere comunque provato secondo le regole ordinarie. La Corte di Cassazione, III sez. civile, con la sentenza in esame affronta la tematica del risarcimento del danno derivante dall’illegittimo trattamento dei dati personali.

In particolare, nel caso di specie, il ricorrente lamenta che sebbene il Tribunale di Bologna abbia accertato già in primo grado l’illegittimità del trattamento di dati sanitari in quanto non conforme agli artt. 4 e 20 del Codice per la protezione dei dati personali (D.lgs. n. 196/2003) mancando l’autorizzazione del Garante per la protezione dei dati personali, lo stesso Tribunale ha respinto la domanda di risarcimento danni per carenza di elementi probatori. Per il ricorrente tale decisione non è condivisibile poiché di fronte ad un illegittimo trattamento di dati personali sensibili il danno dovrebbe ritenersi in re ipsa senza che sia necessario fornire alcuna prova.

La Suprema Corte respinge il ricorso richiamando una propria precedente decisione (sent. 25 marzo 2003, n. 4366) pronunciata in una materia diversa, ma simile alla lesione del diritto alla riservatezza dove sostiene che la lesione determina un illecito ai sensi dell’art. 2043 del c.c. al quale tuttavia non consegue un’automatica risarcibilità dovendo il pregiudizio morale o patrimoniale essere comunque provato secondo le regole ordinarie. Il danno di cui si discute, del resto, è un danno-conseguenza e non un danno-evento.

La stessa Corte di Cassazione chiarisce che non potrebbe giungersi a diversa conclusione anche se il danno fosse di natura non patrimoniale derivante dalla lesione di diritti inviolabili della persona costituzionalmente garantiti, poiché le Sezioni Unite con la sentenza 11 novembre 2008, n. 26972 nell’ammettere la risarcibilità della lesione di tali diritti ha contestualmente riconosciuto che l’esistenza del relativo danno deve sempre essere provata dal danneggiato.

In effetti il ricorrente interpreta male la normativa attualmente vigente ed in particolare l’art. 15 del Codice per la protezione dei dati personali che a sua volta riprende quanto sancito dall’art. 23 della Direttiva 95/46/CE. In particolare quest’ultima disposizione recita che “Gli Stati membri dispongono che chiunque subisca un danno cagionato da un trattamento illecito o da qualsiasi altro atto incompatibile con le disposizioni nazionali di attuazione della presente direttiva abbia il diritto di ottenere il risarcimento del pregiudizio subito dal responsabile del trattamento”. Inoltre specifica al 2° comma che “il responsabile del trattamento può essere esonerato in tutto o in parte da tale responsabilità se prova che l’evento dannoso non gli è imputabile”.

Di conseguenza In base a quanto prescritto dall'art. 15 chi ritiene di essere stato leso a seguito dell'attività di trattamento dei dati personali che lo riguardano può ottenere il risarcimento dei danni senza dover provare la "colpa" del titolare che ha trattato i suoi dati. Resta però sempre a carico dell'interessato l'onere di provare eventuali danni derivanti dal trattamento dei dati.

 

Fonte: Altalex, di Michele Iaselli

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