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Addio privacy per chi guarda i siti porno?

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Non ci vuole molto a spargere allarmismo in Rete. La maggior parte degli utenti ha ancora un’idea molto vaga di come funzionino le cose online, e basta poco per seminare il panico. È facile immaginare la reazione affannata dei tanti amanti del porno online (30 milioni solo negli Usa, secondo il Wall Street Journal), alla notizia che tutte le loro preferenze amatorie potrebbero finire un giorno online, con tanto di nome e cognome.  

 

È quanto sostiene un ingegnere informatico di San Francisco, Brett Thomas, il cui post intitolato “Online Porn Could Be the Next Big Privacy Scandal” ha fatto molto discutere .L’argomento di Thomas è il seguente: ogni browser, quando si naviga in Internet, lascia un’impronta particolare, dato dal modello, dalla sua configurazione, dai plugin installati, dal luogo da cui ci si collega e da vari altri elementi che, tutti assieme, contribuiscono a distinguerlo dagli altri. Quindi, anche se si visita un sito come YouPorn o PornHub usando la “navigazione in incognito”, si è tutt’altro che anonimi.  

 

Combinando ciò con le informazioni che si possono raccogliere attraverso i pulsanti social (come il “mi piace” di Facebook), i widget per la condivisione - “add this” è uno dei più famosi – i banner pubblicitari e altri elementi che fanno da contorno al video che si sta guardando, si può arrivare ad avere un’idea abbastanza precisa dell’identità dello spettatore. E, col tempo, arrivare a identificarlo con precisione anagrafica.  

 

Di per sé, e per chi si occupa di questi temi, nulla di nuovo. Che ogni browser lasci un’impronta univoca e che esistano altri sistemi di tracciamento, è cosa nota da tempo. Il merito (o la colpa) di Thomas, se vogliamo, è quello di aver reso comprensibile la situazione a tutti, e toccando un ambito particolarmente sensibile. Un po’ com’è accaduto con la recente – strepitosa – intervista del comico John Olivier a Edward Snowden: finché si parla di sorveglianza elettronica in generale e di Nsa, si corre il rischio che la gente si addormenti, o di parlarsi addosso. Ma volgarizza la cosa, mostrando come il governo Usa intercetti e forse conservi immagini delle parti intime dei navigatori, ed ecco che la gente resta a bocca aperta (e si indigna pure).  

 

Quanto al problema sollevato da Thomas, si tratta di un problema senza dubbio reale. Non è tanto dai siti porno che bisogna guardarsi, però, per proteggere la propria privacy, quanto dagli inserzionisti pubblicitari che cercano di tracciare la cronologia di navigazione (il maggiore network di banner, DoubleClick, appartiene a Google) e magari da qualche hacker burlone, che potrebbe essere tentato di rubare i numeri di carta di credito di guarda siti a luci rosse a pagamento, e metterli online come sberleffo.  

 

Fermo restando che è impossibile evitare del tutto il monitoraggio, si può prendere qualche precauzione. Usare ad esempio un browser dedicato, solo per le attività più piccanti, in modo che non contenga la cronologia degli altri siti visitati, cancellare i cookie (rimedio peraltro sempre meno efficace), usare estensioni come Ghostery che bloccano gran parte dei sistemi di tracciamento. E diffidare, in questo ha ragione Thomas, delle seduzioni della navigazione in incognito, che in incognito assolutamente non è, e che può suscitare un falso senso di sicurezza che può essere addirittura controproducente. 

 

Fonte: La Stampa

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