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Google ci spia illegalmente? E' anche un po' colpa nostra

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Mentre il Wall Street Journal diffonde la notizia che Google ci spia illegalmente registrando e monitorando l'attivita' di milioni di utenti che utilizzano Safari mentre navigano nel web, tutti siamo ancora una volta un po’ più preoccupati quando ci iscriviamo ad un social network, consultiamo la posta elettronica, o semplicemente cerchiamo in rete qualcosa che ci interessa, sia questo un biglietto low-cost per la prossima vacanza o una nuova amicizia.

 

Ma se siamo (davvero o potenzialmente) tutti spiati, di chi è la colpa? Quando accade un delitto, le prime persone che sono interrogate dagli inquirenti, sono coloro che avevano degli interessi con la vittima, per cercare di invidiare il cosiddetto “movente”, cioè la la causa diretta che spinge una persona a compiere una determinata azione, per cui la cosa più sensata da fare a seguito di una accusa così pesante mossa contro Google, è sentire cosa hanno da dire gli stessi rappresentanti del colosso del web: “Il Wall Street Journal ha mal descritto quanto e' successo e il perchè. Abbiamo utilizzato una funzionalità conosciuta di Safari per offrire agli utenti di Google loggati nel loro account funzioni da loro stessi abilitate", cosi' Rachel Whetstone, Senior Vice President Communications di Google ha risposto alle accuse secondo cui la società avrebbe violato la privacy di milioni di utenti Apple, 'controllando' le attività online degli utenti di Safari.

A parte che un comunicato stampa Ansa faceva sapere  che subito dopo l’accusa del Wall Street journal, Google ha disabilitato immediatamente la parte di codice utilizzato per registrare tramite i cookies le attivita' online degli utenti e si e' difesa affermando che il sistema non memorizzava alcun tipo di dato personale, ma se i mezzi e le tecnologie usate per monitorarci non sono altro che funzionalità conosciute di Safari, di chi è allora la colpa se ogni nostro clic è attentamente osservato da dietro le quinte?

Partendo dal presupposto che ci chiede i nostri dati in cambio di servizi come un semplice account di posta elettronica, o uno su un social network, non è un ente di beneficienza e quindi non ci regala niente, siamo tutti in qualche modo consapevoli che c’è sempre qualcosa in cambio da dare, e  se attiviamo uno dei tanti servizi disponibili “gratis” in internet , uno scopo non filantropico ci dovrà pur essere dietro a quello che sembra apparentemente un regalo.

E se è vero che quando andiamo dal notaio per comprare una casa, o dalla concessionaria per cambiare la nostra vecchia automobile prestiamo la massima attenzione ai fogli che ci viene chiesto di firmare, è pur vero che quando dobbiamo aprire un account su un social network, tutte le lunghissime policy che dobbiamo leggere prima di cliccare su “accetto”  diventano una formalità da assolvere che scorre velocemente sul nostro monitor, e  in linea generale, sempre meno è il tempo passato dagli utenti a leggere le informazioni relative alla tutela della privacy, e sempre di più invece la quantità di impostazioni che possono essere attivate  da parte degli utenti stessi per garantire che la navigazione sia sicura, spesso però che non siamo soli come crediamo quando navighiamo ce ne accorgiamo solo dopo che il pasticcio è fatto, e andiamo a posteriori a rimediare impostando i livelli di privacy di cui necessitiamo.

Vero, i “padroni del web” sono davvero poco poco trasparenti, e la maggior parte delle volte, conoscere con esattezza cosa sarà fatto con i nostri dati rappresenta una sfida. Attivare poi i tool per proteggere la nostra privacy richiede quasi una laurea in informatica,  ma se dovessimo comprare o vendere un bene di valore, ci prenderemmo tutto il tempo per chiarire quali siano le implicazioni derivanti dall’operazione che vogliamo compiere, e anche per assumere informazioni per capire se il nostro interlocutore è affidabile o meno.

E i nostri dati e la nostra privacy sono meno preziosi per non richiedere di prenderci il tempo per fare le dovute verifiche?

Nel nostro sistema di vita moderna, abbiamo poco tempo, ma quello impiegato per tutelare i nostri dati è davvero prezioso, più di quello che a volte pensiamo.

Se non accettiamo questa sfida culturale, di dare la precedenza alla protezione dei nostri dati personali considerandoli un patrimonio, siamo liberi di farlo, ma non potremo poi lamentarci più di tanto se incappiamo in strani meccanismi che a nostra insaputa  rivelano  tutti i nostri movimenti. Sarebbe un po’ colpa anche nostra.

 Articolo a cura di Nicola Bernardi , Presidente di Federprivacy

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